Versi di distanze e di ritorni, la penna ferita della Frajlich
Il 10 Marzo 2019 | 0 Commenti

di Linda del Sarto

Un oceano che divide continenti; che separa, allontanando inevitabilmente luoghi e persone care: un oceano che parla di distanze e sofferenze. Questa la simbologia che richiama Ocean między nami (Un oceano tra di noi), titolo del libro della poetessa polacca di origini ebraiche Anna Frajlich, da poco edito da La Parlesia e tradotto da Marcin Wyrembelski.

Un’ottantina di poesie che fluiscono veloci una dopo l’altra – un po’ come la corrente di un oceano, appunto – e ci raccontano di un’unica grande storia, retta dalla solita fine tessitura, dallo stesso canto ferito, per dirla alla Merini, che permea tutto il libro: quell’«esistenza» che «si è spezzata in due» non appena è venuta al mondo, da quando ha visto la luce in un Paese che non era il suo: la madre dell’autrice, nel ’42, decise infatti di scappare da una Leopoli in preda ai tedeschi «il più lontano possibile» dall’Europa, così da partorire la figlia in un luogo sicuro – «in solitudine», come scrive la poetessa.

È da qui che comincia lo sradicamento di Anna, costretta fin dalla sua nascita a una perenne fuga fra Paesi e città lontani – prima il Kirghizistan, poi Varsavia e Stettino; dopo il ‘68, a causa delle nuove campagne antisemite, l’Italia e infine l’America –, incapace di ritrovare altrove un luogo dove davvero sentirsi a casa: lo testimonia la bellissima poesia su New York, che è «nave e nel contempo porto», ma mai terra natia, mai famiglia, mai vera stabilità. Si auspica a un ritorno che non può più esserci, quasi a una sorta di riavvolgimento temporale, pensando a cosa sarebbe successo se il corso degli eventi fosse stato un altro: a dominare la poetica di Anna c’è anche questo logorante punto interrogativo, quest’eco che si chiede, senza darsi pace, il perché di una vita così nomade e difficile, e comunque troppo condizionata dagli eventi esterni.

È perciò che la voce della Frajlich diviene disperata, fragile ma insieme fortissima: questo senso di irrecuperabilità la rende inquieta e più che mai prolifica sul tema, intenta a guardarsi intorno e a ricercare in ogni cosa la sua terra (la sua identità) ma senza riuscirci, perché «il tempo non fa guarire», anzi: «il vuoto sempre di più riempie lo spazio». La sofferenza qui è duplice: ci sono un passato ferito che non tornerà più e un presente che non soddisfa fino in fondo. Anche il paesaggio e la natura americani non le appartengono, specchio di un mondo diverso: «quest’acero è mio/ ma al contempo così estraneo/ riecheggia i rumori dei mari d’oltreoceano/ e lappa i succhi di una terra estranea/ […]/ quest’acero estraneo/ quest’acero di qui».

C’è sempre un’aura di assenza, qualcosa che manca ma si fa sentire forte, come quel «dente/ che non c’è» ma «fa male», ché ormai non c’è più «dove/ tornare per sempre»: Anna lo sa ma non si rassegna, continua a interrogarsi e a cercare di ricucire il passato – la sua «Arcadia» – trovando nuove connessioni, nuove strade. Allora i ricordi dell’infanzia tornano nei sogni, «come se fossero sentieri» del tempo; lì riabbraccia suo padre e sua madre, «dai due lati/ dell’esistenza/ al confine tra due sogni». Ritrova gli oggetti e le vite perdute, «le braccia e le mani» dei cari, gli indirizzi abitati; ma per poco. Quel che è certo è che «non si riempirà più la mancanza».

L’oceano della Frajlich sgorga proprio dal fulcro di questo dolore e si concretizza in un’ossessione continua, come scrive Ligęza: quella «del vuoto, del nulla, del caos, della fugacità e dell’esilio». Come non comprenderla, d’altronde, se «persino gli uccelli dormono nei nidi/ attaccati disperatamente alla terra».

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