Anna Frajlich: una poesia della memoria e dell’oblio
Il 8 Aprile 2019 | 1 Commenti

di Gianmarco Pisa

È impossibile disgiungere la vicenda umana e morale dalla traiettoria intellettuale e poetica della notevole poetessa polacca Anna Frajlich: e questo non solo per una dinamica che potremmo definire “intrinseca”, perché legata alla profonda suggestione che esercitano nella sua vicenda letteraria i dati autobiografici e le riflessioni personali, ma anche per una sua proiezione “estrinseca”, per essere stata testimone, osservatrice attenta e partecipe, riflessiva e consapevole insieme, di alcuni dei grandi eventi della storia del Novecento.

Sono sufficienti pochi dati biografici a rendere ragione di questa considerazione preliminare: nata da famiglia originaria della città, allora polacca, di Leopoli, ebbe tuttavia i natali «all’ombra delle montagne svettanti» del Kirghizistan, di quella che era allora la Repubblica Socialista Sovietica Kirghiza, nella quale la madre si era rifugiata nel 1942, subito dopo l’invasione nazista della Polonia e del suo limes, che, dopo la guerra, avrebbe poi fatto parte dell’Unione Sovietica e sarebbe stato incorporato all’Ucraina. Poté fare ritorno, in Polonia, solo dopo la guerra, all’indomani della liberazione da parte dell’Armata Rossa e della eroica resistenza dei partigiani nell’Europa centrale, andando a risiedere nella città di Stettino, muovendo incontro ad un destino rovesciato rispetto a quello che le avevano riservato i primi anni della sua vita, adesso in una Stettino che era stata tedesca e che era invece finita, dopo la guerra, all’interno dei confini della Polonia. È in questa Polonia, post-bellica e socialista, che Anna Frajlich si appassiona alla letteratura ed incontra la poesia, affrontando le sue prime sperimentazioni letterarie sin dagli inizi degli anni Sessanta e, in particolare, nel corso dei suoi studi presso l’Università di Varsavia che, in quel momento, diviene sua città di elezione. Ma proprio nel corso di questi anni Sessanta, Anna Frajlich si troverà ad essere testimone di un secondo evento cruciale della storia del suo Paese e dell’intera Europa: gli eventi del Sessantotto nell’Oriente Europeo, e, in particolare, in Polonia.

Da questa parte di quella che era la «cortina di ferro», poco o nulla si sa delle motivazioni e dei fermenti che scossero il Sessantotto nei Paesi del socialismo reale: quella che, in questa parte d’Europa, era stata una gigantesca sollevazione, soprattutto studentesca ma presto anche operaia, emancipatoria e antiautoritaria, volta a svecchiare e ad innovare il costume pubblico ed i rapporti sociali, fu, in quella parte d’Europa, diversamente antiautoritaria, con i giovani e le giovani ancora una volta in prima linea, a rivendicare, soprattutto, maggiore apertura al mondo e un rinnovamento, in chiave anti-burocratica, delle forme e delle modalità di gestione del potere da parte delle autorità socialiste, la cui autorevolezza, peraltro, non radicava solo nel mito sovietico e nel partito-guida, ma originava dalla eroica lotta di liberazione anti-fascista e dalla liberazione e rigenerazione della vicenda nazionale e statale in tutta l’Europa centrale. Il Sessantotto polacco fu diverso da quello boemo: se la «Primavera di Praga» era legata alla maturazione e allo sviluppo di una trasformazione interna al sistema, con l’intuizione, poi venuta meno, di un «socialismo dal volto umano», ispirata direttamente dalla leadership dello stato e del partito, con Aleksander Dubček in primo piano, il Sessantotto polacco fu soprattutto una protesta di strati intellettuali e studenteschi, scatenata dalla censura del capolavoro teatrale di Adam Mickiewicz, “Gli Antenati”, andato in scena, con la regia di Kazimierz Dejmek, al Teatro Nazionale di Varsavia. Da un lato, un’opera dalla forte connotazione patriottica e, potenzialmente, anti-russa; dall’altro, la particolare esposizione, in questo frangente, di uno strato rilevante di intellighenzia polacca di origine ebraica, contro il quale si esercitarono le critiche di «cosmopolitismo», «revisionismo» e di tradimento «sionista», da parte di esponenti, politici e intellettuali, del socialismo polacco. Una delle conseguenze più dolorose di questo frangente così teso e drammatico fu l’emigrazione di ca. 10-15 mila ebrei polacchi dalla Polonia: tra questi, Anna Frajlich, che comincia la sua seconda odissea, come si disse, «il più lontano possibile dall’Europa», una odissea che la porta a Vienna, poi a Roma per poco più di sei mesi, quindi negli Stati Uniti, dove si stabilisce a New York e dove diventa accademica presso la Columbia University di Lingua e Letteratura Polacca. A New York, molte sue poesie non sono dedicate solo alla memoria e alla ricostruzione lirica del «paesaggio immaginario» della sua infanzia; alcune sono dedicate anche alla attualità, e, in particolare, allo shock più recente dell’attacco a New York e a Washington dell’11 Settembre 2001.

Sarebbe dunque, alla luce di questo excursus e di queste considerazioni, probabilmente semplicistico ridurre la traiettoria poetica di Anna Frajlich alla definizione di «poesia dell’esilio» o di «poetessa dell’esilio»: non che un tratto di questa poetica della emigrazione non sia presente nella sua lirica, ma non di meno rischia di essere una connotazione limitante, o, quanto meno, riduttiva. Il tratto generale che maggiormente emerge da questa poetica è quello di essere, a tutti gli effetti, una «poesia del Novecento» e la Frajlich una «poetessa del Novecento», per la intensità con la quale ne ha attraversato alcune delle pagine più significative ed impressionanti e per la profondità con la quale il suo sguardo poetico ha saputo rappresentare tali pieghe della storia attraverso la parola poetica. Anna Frajlich è, infatti, una poetessa pura: nove volumi pubblicati, dodici raccolte poetiche completate, e ora una importante selezione in lingua italiana, curata da Marcin Wyrembelski per i tipi della casa editrice “La Parlesia”, dal titolo “Un oceano tra di noi”, in cui le liriche selezionate sono organizzate, essenzialmente, intorno a quattro nuclei tematici: i luoghi dell’infanzia e della adolescenza, la memoria degli eventi e delle immagini, la lunga parabola dell’esilio e l’approdo sulle coste americane, le liriche di carattere più intimo e personale. Ciascun nucleo tematico fa riferimento ad una delle liriche che vi è inclusa e ne prende come titolo un verso: una scelta antologica felice, perché consente di estrapolare dal contenuto specifico un nucleo tematico più consistente e di slegare i blocchi poetici dalla attinenza rigida ad uno schema, da qualunque «svolgimento corretto ai temi», individuando invece, in maniera personale, proprio a partire da tali blocchi poetici, dei nuclei tematici significativi e caratterizzanti.

È a questa intuizione che si lega quella che prima veniva adombrata come l’importanza che la poetessa riserva alla parola poetica: operazione propriamente poetica, senza dubbio, di selezione e calibrazione delle parole e di loro organizzazione ed interazione nel quadro di un coerente discorso poetico, ma che nel caso di Anna Frajlich si arricchisce di una componente specifica, vale a dire un particolare nitore ed una particolare densità che attraversano costantemente, e in maniera assolutamente caratterizzante, la sua poesia. Il tema che variamente la attraversa è quello del viaggio interiore: una costante trasfigurazione del viaggio e dell’esilio e un continuo rimando a luoghi reali o immaginari che le consentono di delineare un vero e proprio itinerario poetico, di descrivere un vero e proprio orizzonte di senso. Le parole che sceglie sono nitide e chiare, fanno  parte di un bagaglio lessicale ampio e variegato, e i singoli lemmi sono poeticamente evocativi non per un qualche “riferimento all’astratto” (la dimensione della astrazione e della universalizzazione è relativamente distante dallo sguardo poetico della Frajlich) bensì per un caratterizzante ancoraggio a luoghi ed eventi, oggetti ed immagini del reale, soprattutto del mondo naturale, che compone un vero e proprio “paesaggio” che fa da sfondo alla sua intera elaborazione poetica. Le immagini cui la poetessa fa ricorso sono le “immagini di prossimità”: non la realtà di una concretezza banale, bensì la suggestione di una realtà evocativa, fatta di paesaggi della natura, capaci di evocare immagini e ricordi del presente o del passato. È spettacolare, per fare un esempio su tutti, l’immagine che la poetessa ci presenta con i suoi versi dedicati all’Acero: «è mio / si precipita dentro, attraverso la finestra / con i suoi colori verde ocra o ruggine / rovesciando la sua ombra sul pavimento / Quest’acero estraneo / Quest’acero di qui». Ed è questo il terzo elemento che possiamo enucleare della poetica di Anna Frajlich: a dispetto delle forme e delle apparenze, non si tratta di pura e semplice elegia, bensì di una ben più profonda poesia, al tempo stesso, “della memoria” e “dell’oblio”.

Torna a più riprese, nella sua evocazione degli eventi e delle stagioni del tempo che fu, soprattutto legati alla sua infanzia e alla sua Polonia, una sotterranea, costante, ambivalenza tra il ritorno attraverso la memoria, l’oblio segnato dai mille eventi e dai mille attraversamenti della sua vicenda biografica, e la distanza portata dalla consapevolezza che quei luoghi e quelle vicende non appartengono più al presente ma possono rivivere attraverso la immaginazione e la rievocazione, attingibili e remoti nello stesso tempo, come ancora la sua poesia sull’Acero testimonia in un altro passaggio: «questo acero è mio / ma al contempo così estraneo / riecheggia i rumori dei mari d’oltreoceano / e lappa i succhi di una terra estranea / lecca la rugiada delle nuvole estranee», per poi ricongiungersi ai versi poco più sopra richiamati. È difficile, esula dalle righe di questo excursus, la possibilità di stabilire una qualche “circolarità” tra le diverse fasi poetiche della produzione di Anna Frajlich: quello che si può, in conclusione, dire con certezza è che questa “poetica della memoria e dell’oblio”, nel momento in cui si innesta sulla vicenda esistenziale del viaggio e del limes, diviene anche, e in maniera sorprendente, una riflessione poetica sulle “identità plurali”: Anna Frajlich è, al tempo stesso, per le retro-azioni culturali di cui la sua biografia e la sua poetica sono ricche, espressione libera e originale della cultura polacca, della cultura ebraica, e della cultura “occidentale”, degli Stati Uniti, in particolare, terra di adozione. Una vera e propria “costellazione poetica”, che rende la sua poesia così suggestiva e affascinante.

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Commenti1
Vitaliano Pubblicato il 14 Settembre 2019 alle 20:45   Rispondi

Settembre da ricordare….
11 SETTEMBRE 2001

Quell’odio che viaggia nel vento
Promosso da menti deviate
Mascherate di sacro e divino
Per giustificare l’assassino

Si schianta su simboli d’oro
Che producon contratti e risorse
Per amanti di vanto e apparenza
Torri di superba umana opulenza

Torrioni trasformati in un Faro
Incredula gente che guarda stupita
Che fugge, che grida ed esclama
A quel fuoco e a quel fumo che emana

Si spendono gli eroici pompieri
Ricoperti di polvere bianca
Come morti risorti e sgomenti
In cerca di rumori e lamenti

Quei corpi che cadono grevi
E quelli che bruciano lenti
In una terra di cento etnie
Sono martiri di queste follie

Da Sem, da Cam o da Iafet,
O dai figli di Agar o di Sara,
Devoti a Cristo o a Brahma,
O con radici nell’antica Savana,

Hanno tutti il sangue vermiglio
Quella gente che urla nel vuoto.
Si esalta soltanto un carnefice nero
Pago di dar la pace… del cimitero.

Dopo il grande pianto
Quella pace, scatenò la guerra
Contro ogni sospettato Emiro*
Mandante della strage di Ground Zero

Vitaliano Vagnini (11 settembre 2019)

Amìr = “uno che comanda”

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