Ricordi riscaldati da una stufa sulle rive del lago Onega
Il 13 Aprile 2019 | 0 Commenti

Da La Repubblica – Agosto 2008

di Paolo Rumiz

“Ma la fermata era sei chilometri fa!” quasi grida una donna, sentendomi chiedere di Velikaja Guba sul lago Onega. Nel bus lanciato nei boschi c’è un lampo di sconcerto generale. Solo un attimo. Poi, tutto si compie in pochi secondi. Non devo far niente, perché fanno tutto loro, i russi. Un’onda di allarme solidale per il forestiero smarrito parte dalle ultime poltrone e raggiunge l’autista – “Aleksiej, ferma! Subito!” – che si inchioda nel bosco, scende, ci aiuta a recuperare gli zaini, spiega la strada e poi riparte a zigzag tra buche piene di fango. Non ci ha detto una sola cosa: la strada è da fare a piedi perché a quell’ora – sono le nove di sera – nei boschi della Carelia non passa più anima viva.

Capisco perché non sono sceso alla fermata giusta. Non ero su un bus ma su un sommergibile: un abitacolo surriscaldato per cinquanta persone, sigillato da vetri scuri imperlati di vapore, visibilità impedita da tendine verdi plissettate, oscillanti e vagamente ipnotiche. Villaggi dai nomi tutti uguali, labirinti di betulle, saliscendi soporiferi, andirivieni di donne nella pioggia, un andar di slalom su una carta geografica fatta solo di boschi e laghi, tutti con direzione Sudest, come un giornale dove s’è rovesciato un calamaio. Sembrava di essere sempre sull’ultimo finisterrae, e invece la costa frastagliatissima dell’Onega ingannava ancora con le sue isole e promontori.

Uno le rogne se le va a cercare. Cosa ci è venuto in mente di venire in un posto in malora di Dio come Velikaja Guba per trovare uno scrittore di nome Wilk, cioé Lupo, sicuramente un misantropo, uno scappato fin qui dalla Polonia? Fosse stato almeno a Velikaja Guba, ultimo centro amministrativo sulla costa Nord del secondo lago d’Europa, ma sto matto abita ancora più lontano. “Vai a piedi fino a una chiesetta di legno dedicata a Sansone, patrono dei vagabondi”. Così mi hanno detto sulla corriera. “Mariusz Wilk il polacco abita nei pressi, con la moglie Natasha”. Dicono che dorma sulla stufa come i russi di una volta, non abbia telefono e viva delle patate del suo orto e dell’acqua bollita del lago.

E’ questo punto che dal silenzio della foresta, sotto un cielo di pioggia, sbuca l’automobile del giudice Maksimov. Ho già imprecato per tre chilometri a piedi e non mi sembra vero che quell’auto ritardataria, l’unica in circolazione in tutto il distretto dell’Onega, passi proprio lì mentre arranco sulla ghiaietta col mio ridicolo zaino a ruote. Oleg Maksimov avrà quarant’anni, mastica un po’ d’inglese e si fa subito in quattro. Svuota il sedile posteriore pieno di incartamenti e ci fa salire. Non può credere che uno straniero si muova in Russia in autostop. Dice che è pericoloso, può succedere di tutto. Rispondo che in Italia è peggio, nessuno mi avrebbe preso su in un bosco dopo il tramonto.

Lui: “Sei un uomo saggio, l’ho visto da lontano, da come camminavi”. Il Russia ti dicono queste cose, ti mettono subito il cuore in mano. Un giorno in Italia ho trovato una badante su un treno, che dopo cinque minuti, senza sapere ancora niente di me, mi ha chiesto se ero felice.

A Velikaja Guba, il magistrato prende a bordo un ragazzo che conosce la strada e ci porta su uno sterrato bestiale fino a destinazione, una solitaria brughiera sul lago, sorvolata dalle “ciajke”, le gabbianelle dal grido soprannaturale rese immortali da Chechov e imbattibili nel tuffo verticale. Fa freddo, ma la casa di Mariusz e Natasha arde nella luce della sera. Il cielo del Nord è fatto così: quando s’incendia ti ripaga di tutto il grigio.

Il camino fuma, c’è qualcuno dentro. Ci salutiamo, ma prima di andarsene Oleg mi regala una bottiglia di “Elisir dell’Onega” come caparra per un invito a casa sua nei due giorni seguenti.

Ora siamo soli nel vento. La “casa che arde” scricchiola, le raffiche fischiano nelle fessure e la porta aprendosi fa un lamento lungo come di barca nel mare grosso. Cammino in bilico sulle assi squinternate del corridoio e busso alla porta della cucina. Pare una casa di spettri e invece la strana coppia è lì, sta finendo di cenare al lume di candela. Nella “piec’ka” (la stufa) il fuoco spara colpi secchi ed è dal suo calore ospitale che inizia il benvenuto di Mariusz. Per conoscere un uomo del Nord devi capire prima la sua casa, ma poiché il cuore della casa è la “piec’ka”, è sempre dal fuoco che devi cominciare. Accanto al fuoco si nasce e si muore, attorno al fuoco si suggellano gli incontri.

La stufa è grande due metri per tre, alta sul metro e ottanta, e sta sempre in un angolo detto “delle Babe”, cioè delle donne. L’idolo pagano stava lì, nel cuore femminile della casa. Lì si facevano le offerte. Ma quando venne il cristianesimo (scoperta tarda per i russi), quello divenne l’angolo “impuro”, e per contrapposizione gli antipodi del fuoco furono nominati spazio “santo”, e in quell’angolo vennero messe le icone. L’isba è un concentrato di simboli. Il soffitto è un impasto di fuliggine e resina di larice dove una volta stavano dipinte le stelle, mentre il tronco al culmine del tetto è la Via Lattea. L’isba è dunque una rappresentazione del cosmo in un mondo dove fino a ieri il pastore era prima di tutto un medium, uno capace di interrogare i grandi silenzi della natura.

E’ mezzanotte, e la luce del sole, raddoppiata dal riflesso del lago, riempie la casa ed entra fin nel bocca della “piec’ka”, come per volerla accendere. Mi indica qualcosa di lontanissimo dal mondo mediterraneo: il mistero descritto da Serghei Jesenin e scoperto con stupore sul fronte del Don da Mario Rigoni Stern. Un uomo di nome Lupo mi guida in una sfolgorante costellazione di simboli che stanno perdendo senso solo ora, dopo millenni. “Al momento del parto la porta della “piec’ka” veniva aperta per propiziare il passaggio del neonato, e se dei carboni ardenti cadevano fuori, si raccoglievano per fare un’infusione alla partoriente”. Quando il bambino nasceva, finiva subito sul materasso sopra la stufa, la riproduzione più perfetta del calore materno.

L’idea che tutto questo si perda angoscia Mariusz e Natasha, che si sentono investiti da una missione. Lei ha aperto a Velikaja Guba una scuola di tessitura e cucina tradizionale, lui scrive e tiene viva la memoria. “Ormai quasi nessuno abita più qui stabilmente, il lago è diventato un posto di villeggiatura e la gente s’è comprata stufe canadesi. Hanno perso la memoria di cosa significa un inverno sulla stufa russa. Lo sai? A meno quaranta, puoi dormirci sopra nudo. Ogni tanto esci, fai un buco nel ghiaccio, tiri su una secchiata d’acqua e la porti in casa. Se hai la febbre guarisci con una coperta bagnata e rami con le bacche di ginepro. La stufa è fatta di argilla, della stessa pasta dell’uomo. Si narra di un certo Ivan che d’inverno non scendeva mai dalla “piec’ka”, nemmeno se era convocato dalla Zar…”.

Ora il lago è tutto increspato di vento artico, la luce è diventata metallica.

“La stagione è indietro, ma per voi è meglio così, non ci sono i Parmaki”.

Chiedo se siano i vicini di casa.

“No, sono mosche enormi con occhi mostruosi, se ti beccano sei fritto. Vivono solo dieci giorni, nel tempo della mietitura, ma in quei dieci giorni non hanno pace. Puntano una preda a chilometri di distanza, ti arrivano addosso come una nube e si buttano su tutto ciò che è scoperto. Sono assetate di sangue, le chiamano le locuste del Nord”.

Sul muro c’è una maschera sciamanica di cuoio, detta Skoromoch. Wilk la indossa e imita il rumore del vento. Resterei a confabulare fino al mattino, ma le palpebre mi cadono a saracinesca.

Passo la notte bianca in solaio, sul letto a molle più squinternato della mia vita. Fa un freddo bestia, da mutandoni (che non ho), ma il sacco a pelo offre un precario rifugio, ottocento grammi di salvezza pigiati in fondo alla zaino. Fuori dalla porta, un secchio d’acqua di lago per lavarmi la faccia e pulire il cesso in corridoio. Il vento fischia nelle fessure, le ciajke veleggiano gridando sopra il tetto, il letto miagola come un pianoforte scordato e uno dei quattro gatti dell’uomo-lupo, un furbo gatto russo, s’è messo a ronfarmi sui piedi. Non so come, ma dormirò come un sasso, facendo sogni in cirillico.

 

http://www.repubblica.it/2008/08/speciale/altri/2008rumiz/rumiz-10/rumiz-10.html?refresh_ce&fbclid=IwAR1sFRPOrs_KdEuewvYYZgaiCJ7wDevlsEiuoi9tGJR-urb3GreE9AOw5RM

 

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