Tundra e Tao con Mariusz il vagabondo
Il 14 Aprile 2019 | 0 Commenti

Da Il Messaggero Veneto novembre 2008

di Alessandro Montello

La parola scritta ha la stessa identità di un’impronta sul muschio della tundra: permanente, eppure inconsistente. Densa di identità, ma anche impersonale. Questa la definizione della propria scrittura da parte di Mariusz Wilk, giornalista e scrittore polacco intervenuto ieri sera negli spazi delle Messaggerie di Udine all’incontro intitolato La traccia e la neve. Senso del viaggio nelle terre boreali, proposto nell’ambito del festival Fuorirotta giunto alla seconda giornata e che oggi vivrà quella conclusiva.

Con Wilk (per la prima volta presentato in Italia) c’erano Monika Bulaj, fotografa, scrittrice e documentarista polacca, e Silvano De Fanti, docente di Lingua e traduzione polacca dell’Università di Udine. «C’è un luogo nella tundra – ha esordito Wilk – dove cresce un muschio del tutto particolare. Se ci passi sopra, la traccia rimane appunto visibile per oltre quarant’anni». Quella traccia lo scrittore polacco, che da oltre 18 anni vive in Russia, l’ha voluta lasciare, assumendola a vera e propria scelta di vita.
«In lingua russa – ha continuato – c’è una parola, tropa, che sintetizza molto bene quello che intendo come mia filosofia. La potremmo tradurre con la frase lasciare una traccia con il piede. Assumendo questa parola come percorso, ho camminato lungo la mia vita arrivando ad abbracciare la filosofia taoista».

Del tutto particolare il cammino compiuto da questo scrittore, considerato di culto nel suo paese, e definito da Monika Bulaj un rigoroso artigiano della parola.

«Quando il giornalista Paolo Rumiz e io siamo andati a trovarlo – ha detto la fotografa polacca – abbiamo affrontato un viaggio lungo e complesso, chiedendo continuamente informazioni per non perderci». Hanno così conosciuto un uomo dalla disciplina ferrea, che dedica la maggior parte del suo tempo alla ricerca, in condizioni ambientali al limite della vivibilità. Fra le esperienze fondanti della scrittura di Wilk c’è infatti il rapporto con la natura e in particolare con le condizioni estreme del Nord Europa. «Alcuni anni fa conobbi la tribù dei Saami – ha raccontato ieri lo scrittore polacco – e decisi di vivere un po’ di tempo con loro».

Fu un periodo straordinario di avventure, di crescita interiore, quasi un percorso di illuminazione durante i quali Wilk colse il senso profondo della natura e dei suoi segnali, compiendo il disegno della filosofia della tropa.
«Ricordo un viaggio con un pastore di renne in mezzo alla tundra – ha narrato ancora -: a un certo punto ci trovammo al buio, in mezzo a una bufera di neve. Mi sentivo perso, non avevo punti di riferimento». La guida che li conduceva invece si mostrava imperterrita, continuava il cammino come se questo fosse illuminato da una luce folgorante. «Gli chiesi come faceva. Mi rispose semplicemente: “Non ti sei accorto che da due giorni il vento soffia sempre dalla stessa direzione? Allora basta seguire l’orientamento delle piccole onde di neve scavate dal vento. Queste indicano il cammino”. Fu una vera e propria rivelazione. Capii che non siamo noi a trovare le tracce, ma sono le tracce stesse che arrivano a noi».

Un modo originale insomma per parlare dell’immanenza della natura, della sua capacità di essere letta e di farsi leggere da chi le apre il cuore dell’attenzione, da chi ristabilisce con essa un rapporto originario.
«È anche per questo che a un certo punto mi sono staccato dal concetto di viaggiatore – ha detto infine Wilk – per avvicinarmi di più a quello di vagabondo. Il viaggiatore infatti scopre il mondo dall’esterno mentre il vagabondo lo avvicina dall’interno».
Un altro concetto fondamentale per lo scrittore polacco è quello di Nord: «Chi vaga nel Nord – ha concluso l’intenso incontro di ieri alle Messaggerie – ha la sensazione di uno spazio senza tempo. Questo lo porta alla mistica, alla natura, all’Altro».

 

https://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2008/11/09/NZ_15_SPEA2.html

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